Sebastião Salgado: «Scattare con il telefonino non c’entra niente con la fotografia»

 

Interessante intervista della rivista Rolling Stone a Sebastião Salgado.

Immagino che le chiedano tutti del fatto che lei usa solo il bianco e nero. Le dà fastidio che glielo chiedano? Sono sicuro che nessuno chiedesse a Picasso perché non dipinse la Guernica a colori.
No, non mi da fastidio. È più che normale che mi si ponga questa domanda, perché la maggior parte delle fotografie sono a colori.

Bene, allora glielo chiedo anch’io: perché?
Per me il bianco e nero è un’astrazione, è un modo di concentrarmi, di non distogliere la mia attenzione da quello che è il vero oggetto del mio interesse. Se io fotografassi a colori, magari una volta vista la foto stampata mi accorgerei che i verdi hanno il sopravvento sugli altri colori. Invece mentre faccio la stessa foto in bianco e nero, il verde, così come il giallo, il rosso o il marrone, diventa grigio. C’è tutta una serie, una sfumatura di grigi diversi che mi consentono di trasferire quello che mi interessa. E sono assolutamente certo che nel momento in cui tu guardi quella foto, in un certo senso tu vedrai dei colori, glieli attribuirai tu. Questo mi fa sentire a mio agio, mi fa sentire bene il non dovermi preoccupare del colore. Sia chiaro, la mia non è una critica alla foto a colori, ci sono molti bravissimi fotografi che usano il colore.

Cosa le interessa degli esseri umani?
Mostrare la loro personalità, la loro dignità.

E di questi giovani che ha incontrato per Master of Photography?
Mi sono divertito moltissimo. Non perché sono fotografi, ma perché sono esseri umani con le loro gioie, complessità, problemi.

Ho visto un film ieri sera, dove il personaggio di un produttore di Hollywood diceva a un aspirante attore che ad avere successo ci riesce uno su un milione, anche se ha il talento di Marlon Brando. È così anche per la fotografia?
Sì, perché è un problema che riguarda tutti i settori, tutta la società e non solo la comunità creativa. Che ne so, prendi i medici: uno o due diventano grandi, ma di medici ce ne sono tantissimi e sono altrettanto importanti.

E come si diventa uno dei pochi di grande successo?
C’è una specie di selezione naturale in base alla quale alcune persone diventano punti di riferimento, ma non significa che siano i migliori. La nostra società è fatta così.

Oggi ognuno ha a disposizione una macchina fotografica nel proprio telefonino e ogni giorno vengono scattate miliardi di fotografie. È un bene o un male?
Non è né negativo, né positivo, semplicemente non c’entra niente con la fotografia. Quello che viene fatto con questi dispositivi è una cosa completamente diversa, usiamo la tecnologia per trasformare le immagini in un linguaggio. La fotografia ha una funzione più complessa, che è quella della memoria. La fotografia è quella cosa che i tuoi genitori ti hanno fatto quando eri bambino e hanno messo in un album, che magari si sfoglia insieme molti anni dopo e che raccontano la tua storia. Quella fotografia sarà magari un po’ rovinata, un po’ spiegazzata, ma ci sarà ancora quando i tuoi genitori non ci saranno più e la potrai conservare. Tutti fanno fotografie, è vero, ma sono solo un linguaggio della comunicazione. Oggi possiamo dire che forse i veri fotografi sono meno di quelli che esistevano 30 anni fa.

E chi sono i veri fotografi?
Quelli che scelgono la foto, la stampano e la prendono come punto di riferimento, come momento per fermare la storia.

Uno dei suoi libri più conosciuti è Other Americas, che documenta la vita nelle campagne del Sud America. Chi sono gli altri oggi?
Ci sono tanti “altri” oggi nel mondo e io ne sto fotografando alcuni, soprattutto quelli che non vengono considerati da nessuno. Ci sono tante organizzazioni che parlano del futuro dell’umanità e cercano di capire o preconizzare quanto questo futuro sarà fatto di tecnologia, spazio, nuove energie, trasporti, comunicazione ad alta velocità, però nessuno in queste ipotesi e proiezioni sul futuro inserisce quelle che sono le comunità che oggi vivono come noi vivevamo migliaia di anni fa, e che sono molto importanti. Sono quelle comunità che non hanno avuto alcun contatto con la modernità, con il mondo come lo conosciamo noi oggi. Solo la metà del mondo ha accesso alla tecnologia, perché l’altra metà non è degna nemmeno di previsioni? Ecco a me interessa l’altra metà. Sto facendo un lavoro all’interno della foresta amazzonica e a settembre ho fotografato una tribù di Indios con la quale siamo entrati in contatto tre anni fa e che fino al 2015 ignorava l’esistenza delle automobili, degli arei, dei telefoni, degli edificio di cemento.

Perché documentare questo con la fotografia? È ancora attuale come mezzo?
È ancora un importante medium. Molto importante. Ha un vantaggio rispetto agli altri linguaggi della comunicazione, perché non ha bisogno di traduzione. Un video o uno scritto ha bisogno di essere decodificato in Cina, Brasile o Italia, la fotografia no. La sua potenza sta nell’universalità del lessico.

Oggi la fotografia è una parte importante dei mercati dell’arte. Lei li frequenta?
Io lavoro e viaggio moltissimo e il tempo è poco. Fino a cinque o sei anni fa non avevo mai visto una fiera di fotografia, poi sono andato a Paris Photo. A vedere tutte quelle fotografie passare di mano in mano in un giro di milioni di dollari ho pensato: “Bene! È bello che la fotografia abbia assunto tutta questa importanza”. Poi ci sono tornato l’anno successivo e mi sono accorto che invece qualcosa non andava. C’era fotografie storiche di Cartier Bresson o Avedon, che erano grandi trent’anni fa, lo sono ora e lo saranno tra trent’anni. Ma mi sono accorto anche che la maggior parte delle fotografie esposte erano state fatte appositamente per arrivare a essere appese a quelle pareti. Non erano un mezzo per raccontare l’umanità, ma un oggetto concepito solo per essere esibito e venduto.

Lei è un artista?
No, sono un fotografo.